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di Massimiliano Pennone

L’altro giorno commentavo con un mio collega il fatto che Ciro Di Marzio fosse disposto a trattare soltanto con Savastano jr. per ripristinare la pace nell’universo criminale parallelo della Scampia di Gomorra. “Lo fa perché vuole mettere contro padre e figlio”, gli dicevo. “Non ci avevo pensato”, mi risponde lui, prima di ritornare alla sua scrivania in attesa di continuare il discorso nella pausa caffè successiva.

In quei 5 minuti è successa una cosa importantissima: io e Ciro (si chiama anche lui così) abbiamo elaborato insieme una parte del “prodotto Gomorra”, abbiamo ripetuto ossessivamente le battute dei personaggi e abbiamo ipotizzato improbabili retroscena ed epiloghi alternativi. Domani mattina molto probabilmente succederà la stessa cosa. E così mercoledì prossimo, fino alla fine della seconda stagione.

Moltiplicate questo per i diversi milioni di persone che seguono la serie dall’inizio e vi spiegherete perché Gomorra è riuscito a diventare, oltre ad un prodotto di successo, anche un vero e proprio fenomeno di costume.

Nell’epoca dell’elogio del binge watching, infatti, decidere di distribuire una serie “a puntate” può sembrare una scelta contro-intuitiva; nel caso di Gomorra, invece, il ritardo di Sky nell’adeguarsi tecnologicamente e “culturalmente” alle nuove modalità di fruizione dei contenuti si è rivelata un’inaspettata arma vincente.

Pensate se tutte e 12 le puntate della prima stagione fossero state rilasciate nello stesso momento come avviene per gli show prodotti da Netflix. Molto probabilmente non ci sarebbe stato il tempo per i video parodia dei The Jackall, non ci sarebbero state le discussioni come quelle fra me e i miei colleghi e non ci sarebbero state nemmeno le polemiche dopo i casi di emulazione a Napoli e provincia. Di Gomorra se ne sarebbe parlato di meno e l’hype si sarebbe esaurito nel giro di una settimana: giusto il tempo che ognuno, a diverse velocità, avesse consumato tutto il prodotto.

Certo, la qualità della serie non dipende dalla sua modalità di distribuzione (Gomorra sarebbe stata comunque esportata in 130 paesi), ma se si fosse adottato il “modello Netflix” non credo si sarebbe creato qui da noi quel fenomeno gigantesco che ha poi spinto i produttori a realizzare il seguito della prima stagione.

Con questo non voglio dire che le serie di qualità non possano essere distribuite anche “tutte insieme” e riscuotere comunque grande successo (all’estero, poi, per un prodotto così “geolocalizzato” come Gomorra cambia poco). Piuttosto, siamo di fronte all’evidenza che esistono serie che danno di più se distribuite in maniera “tradizionale”, soprattutto se viene ben incanalata la viralità dei personaggi e dei contenuti.

Quale migliore occasione, poi, per ricordare l’esistenza anche di persone che per motivi di lavoro, di studio o di qualsiasi altra cosa riescono a dedicare alle serie tv soltanto qualche ora la sera prima di andare a dormire?

A 2 milioni di spettatori la distribuzione a puntate è andata bene. Questi hanno commentato, imitato e partecipato alla costruzione della narrazione Gomorra, la cui pervasività ha contribuito a rendere lo show uno dei prodotti italiani più di successo di sempre.

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